SENZA IL MIO NOME
Marcello Sbigoli, attore e doppiatore, presenta "Senza il mio nome"


INCIPIT
Si tratta di una storia immaginaria. Un’opera di narrativa che si inserisce nel fortunato filone dei romanzi di formazione. Sulle tracce di Demian, Kim, David Copperfield, Il giovane Holden. L’autore pesca a piene mani nel suo vissuto per costruire accurati scenari tridimensionali, nei quali colloca e fa interagire i suoi personaggi. Il risultato è un quadro che mantiene costantemente coerenza e credibilità e lascia il lettore appeso a situazioni ed emozioni. L’ironia che sostiene le prime parti, e consente al lettore di avventurarsi nella storia con cauto distacco, sfuma pian piano sino a scomparire. Giunti alle ultime pagine del racconto, l’iniziale lontananza che ci proteggeva da un eccessivo coinvolgimento, è ormai persa e ci si può abbandonare completamente al profondo vissuto del personaggio principale. Il ritmo dell’incedere è musicale, incostante, sincopato. Nell’ideale colonna sonora per la sua lettura non può, dunque, mancare il Jazz. Ma non significa che questo sia l’unico genere presente nell’opera. Alcuni capitoli evocano e pretendono un sottofondo Blues, altri rimandano ad atmosfere più Country. Un libro da assaporare, lentamente, perdendosi fra note e parole.
Ora, 590 chilòmetri e 24 ore dopo, non aveva più dubbi. Di fronte a lui c’era una bara, di taglio semplice, sènza fronzoli, con un giaciglio di raso bianco tutto arricciato.
Sdraiato al suo intèrno giaceva un uòmo in complèto gessato scuro, con i pièdi calzanti un bel paio di scarpe eleganti e poggiati su un cuscino, anch’esso bianco come il giaciglio, sistemato in modo tale da non lasciare un vuòto eccessivo fra i pièdi stessi ed il fondo della cassa.
Non solo perché non respirava e al tatto appariva tròppo freddo per èssere vivo, ma perché lo sconosciuto aveva parecchi anni in meno di quando lui l’aveva salutato l’ultima vòlta che si erano incontrati, soltanto qualche giorno prima. Ed era suo padre, anche su questo non poteva avere dubbi. Lo sconosciuto era suo padre.
Un’onda rada di capelli, con sfumature di tutte le gamme del grigio, che dall’ampia fronte si dirigevano vèrso la nuca, allargandosi ai lati ed evidenziando una caratteristica, marcata, stempiatura. Il naso, leggermente aquilino e con un profondo avvallamento alla sua origine, tendeva un po’ a dèstra e terminava su foltissimi baffi, della stessa tonalità dei capelli, che quasi nascondevano labbra sottili, oramai raramente votate al sorriso. Sopraciglia altrettanto folte incorniciavano due òcchi stanchi, che in un passato non tròppo lontano si facevano notare per la loro globosa prominènza. Il viso era un lungo triangolo, col vertice in basso e la base in su, racchiuso, come fra due parèntesi graffe, da ampie orecchie.
In quella atmosfera carica di odori e sentimenti inesprèssi non riusciva a pensare ad altro. Chi era l’uòmo davanti a lui? Come era stato possibile trascorrere circa diciòtto anni gomito a gomito, e una trentina con frequentazioni altalenanti, sènza avere la più pallida idèa di chi fosse veramente suo padre?
Un cane ululò pòco lontano. Un vèrso lungo, sostenuto, sconsolato che, forse per l’ora della giornata, per il caldo sole o per l’atmosfera felliniana che si stava vivendo, non aveva nulla di lugubre ma pareva, piuttòsto, carico d’angòscia.
Lo sconosciuto, rincuorato dal partecipe ululato canino e avvòlto da una colonna sonòra di avemarie ed etèrno ripòso, rimaneva totalmente indifferente al suo èssere al cèntro delle attenzioni di quel piccolo mondo.
No. Non c’erano dubbi, quello era pròprio suo padre. [...cont...]


Era rimasto a fissarlo in silènzio per divèrsi minuti. Sènza piangere. Chi era l’uòmo che giaceva lì, immòbile, con il viso rilassato e le labbra leggermente dischiuse, nella bara di legno chiaro? Non era sicuro di conoscerlo. Non era sicuro di averlo mai conosciuto. L’odore violènto, penetrante, di quei gigli bianchi distribuiti con generosità per tutta la stanza, rendeva difficile respirare, ma copriva in manièra egrègia le nascènti esalazioni provenienti dal còrpo dello sconosciuto. Stavano attraversando un agosto particolarmente caldo e non vi era nessun sistèma di raffreddamento nella camera mortuaria, arrangiata in tutta fretta in una delle stanze da lètto della vècchia casa al mare. Caldo, stanchezza, aria pesante. Per un attimo gli parve che lo sconosciuto avesse ripreso a respirare. Si scòsse. Non era un evènto che una mente razionale potesse contemplare.
Suo padre era sicuramente mòrto.
Ricordava di èssere stato chiamato al cellulare la mattina prima, mentre falciava il prato, fatto che già di per sé aveva un carattere eccezionale. Non tanto il ricevere telefonate evidentemente, quanto il falciare il prato, attività che lui detèstava e non trovava affatto rilassante. Al telèfono gli annunciavano che suo padre, pòchi minuti prima, era improvvisamente deceduto. Una telefonata confusa, convulsa, condotta fra singhiozzi e frasi spezzate, mentre ancora qualcuno tentava di rianimare un còrpo oramai sènza vita. Era rimasto così, con il telèfono in mano, la maglietta madida di sudore, lo sguardo fisso su sua moglie, a cercare il significato delle paròle appena intese.

