PEDREPAULE
L'asino
Ti si apriva di fronte all’improvviso, come le porte opalescenti a fotocellula che chiudono l’accesso delle hall dei grandi hotel di lusso. Quando qualcuno arriva di fronte a queste non può vedere oltre, non può vedere nulla. Solo uno schermo bianco. Ma è sufficiente fare un solo passo, un passo solo e con cautela, con la paura che l’avanzata possa interrompersi in modo brusco contro un solido vetro lattiginoso, le porte scorrono ed ecco, come per incanto, un mondo scintillante di ori e specchi si palesa davanti agli occhi.
Al termine della lunga e tortuosa stradina sterrata, che dal paese di Boe conduceva ai piedi de Su Monte ‘e Sa Rughe[1], succedeva qualcosa di simile. Inchinavi la testa per non sbatterla con violenza contro i rami bassi delle giovani sughere che, cresciute con rigogliosa vitalità, quasi serravano il sentiero, e quando la rialzavi ti trovavi di fronte a un paesaggio da favola. Niente ori e specchi in realtà, ma riverberi luminosi e superfici rifrangenti in gran quantità. La mulattiera, infatti, dopo essersi snodata per qualche chilometro fra bassi muretti a secco e pungenti cespugli di more, chiudeva il suo ondivago vagare in prossimità di un cancelletto in legno sempre spalancato, occultato alla vista da un paravento di querce da sughero. Al di là di questo si svelava, in tutta la sua magnificenza, un vasto campo punteggiato di minuscoli stagni. Quasi pozzanghere. Le loro piccole superfici, increspate di riflessi argentei, rimandavano la luce di un timido sole, moltiplicandola e spargendola con generosità sulle goccioline di rugiada di quella precoce primavera. Queste, a loro volta, sembravano voler restituire al sole ciò che gli avevano sottratto poco prima e il risultato era uno spettacolo fiabesco.
Completava il quadro una casetta semplice, squadrata e a un solo piano, edificata in pietra e legno, posta al terminare del campo e che pareva quell’unica rimasta in piedi nella fiaba dei tre porcellini.
Era proprio questa la destinazione di Pietropaolo, medico condotto di Boe, un piccolo paese di circa duemilacinquecento anime infrattato nella zona montuosa dell’area nord occidentale sarda, lì convocato in tutta fretta per assistere una giovane donna prossima al parto.
Pietropaolo era un uomo magro, di altezza media, con grandi occhi scuri, sopracciglia a cespuglio e folti baffi neri alla chevron che, col loro indolente ricadere, contribuivano a regalargli un’aria austera e perennemente imbronciata. In verità Pietro, come lo chiamavano in famiglia, aveva una personalità cordiale e votata al sorriso e, nelle frequenti serate trascorse con gli amici, era solito impegnarsi in gag divertenti, in schermaglie poetiche o in improvvisazioni canore. Un vero uomo da compagnia. Ma era anche dotato di una sensibilità umana e una capacità anamnestica tali da renderlo un punto di riferimento per la comunità.
Ora si sentiva un po’ stanco per avere girovagato a lungo fra i vari pazienti sparsi nelle campagne tutt’intorno e, nei tratti meno accidentati del percorso, ogni tanto gli occhi tendevano a chiudersi, consentendogli di abbandonarsi a brevissimi sonnellini ristoratori. Eppure, man mano che procedeva, sentiva crescere dentro di sé un vago senso di felicità, quasi un’allegria sommessa. Si era lasciato per ultimo la visita più piacevole, ciò non di meno questa emozione crescente gli sembrava eccessiva e lo faceva sentire un po’ sciocco. [...cont...]
[1] Il monte della croce


Pedrepaule è un romanzo ambientato in Sardegna tra la fine degli anni Cinquanta e i primi anni Settanta. Racconta la traiettoria di Pietro Paolo Pes, medico condotto, intellettuale di provincia e uomo dotato di rigore etico e passione per la parola. Il suo sguardo lucido si misura con una realtà fatta di drammatici mutamenti sociali e, talvolta, di violenze sotterranee e giustizie parallele, in grado di mettere in crisi tanto le istituzioni quanto i rapporti familiari.
In un paesaggio umano dominato dalla discrezione e spesso dalla legge non scritta, Pedrepaule mantiene legami di amicizia e fiducia, ma avverte sempre più il peso della distanza tra ciò che è giusto e ciò che è possibile. L’incontro con Zuanne Crobu, latitante colto e brutale, ne è il punto di svolta: tra i due si sviluppa una relazione tesa, fondata su un tacito riconoscimento reciproco.
Attorno a loro si muove una comunità che sembra accettare tutto e tutto lasciar scorrere: la morte, il tradimento, l’eros, la malattia e la frattura generazionale.
Il romanzo non segue un ordine lineare, ma lavora per richiami interni e sovrapposizioni temporali. La scrittura alterna scene concrete a passaggi più riflessivi, con l’obiettivo di restituire l’opacità e la densità morale del quotidiano.
Pedrepaule è un romanzo sul limite dell’azione, sul compromesso tra responsabilità e realtà, e sulla parola come tentativo di resistenza, anche quando sembra non bastare.
Un’ironia costante, mai esteriore, accompagna lo sguardo del narratore e dei personaggi, come una forma di lucidità residua.
Pedrepaule sta cercando il suo editore quindi, se la sinossi e l'incipit che leggerete qui sotto vi incuriosiscono, aiutatelo a trovare quello giusto per lui.