PER VOCE SOLA

IL MURO / MURI - MUROS

Prima scena

Un muretto a secco parte dalla dx del palco ed arriva a metà. È chiaramente incompleto. Piccoli mucchi di pietre a centro palco, vicino alla parte terminale del muretto, e sulla dx del palco. Una carriola è a centro palco. Il sipario è aperto. Luce. Un uomo in canottiera si dirige verso la parte incompleta del muro. Porta un berretto con visiera e sta bevendo da una bottiglia in vetro verde. Raggiunge il centro palco rivolto verso il muro, schiena al pubblico, osserva per un po’ il muro. Riprende a bere ed esce da dove è entrato. Ritorna, senza bottiglia, questa volta è al di là del muro. Raggiunge quasi la fine del muro, si china e si rialza con due sassi in mano che cerca di sistemare sul muro.

UOMO: Cussa conca e linna de Bachis no s’el biu oe! No. Non s’è visto. Quella testa di legno di Bachisio! E già gliel’avevo ripetuto anche prima di finire di bere, di venire. Perché se glielo dicevo dopo era inutile.

Bachisio è fatto così: se beve un po’ troppo non si ricorda più nemmeno se è vivo! E che è vivo già si vede. E si sente. Bachisio è grande come una cinquecento familiare … e puzza come una cinquecento familiare dopo che l’hai lasciata al sole all’ora di pranzo con una cassetta di meloni chiusa dentro. Non fa a starci vicino al chiuso. E anche all’aperto non scherza. No.

Ma è buono. Buono. E lavora bene. Quando si ricorda di venire, su diaulu chi l’ha fattu!

Io e Bachis siamo arrivati qui, sui monti della Calvana, nel 1964. Il 9 Maggio del 1964 per essere precisi. Ci avevano proposto un terreno ad un prezzo veramente basso. Allora, con Bachisio ci siamo guardati negli occhi e abbiamo deciso di partire. Noi due e 200 pecore; che di più non ce la sentivamo di rischiarle, se andava male.

La mattina mi ero svegliato con quel sapore lì in bocca. Avevo bevuto un bel po’ d’acqua per mandarlo via, e placcare la sete che mi prende sempre verso le 3 e mezza del mattino. E la sete se n’era andata. Quel sapore lì, no! Allora mi sono seduto sul letto e ho cominciato a muovere la lingua dentro la bocca. A farla scorrere sui denti. Schioccare. E sì, sì, non c’era dubbio. Quello che sentivo era sapore di novità!

Non so se a voi è mai successo. Perché, queste sensazioni non si raccontano. Non è che puoi raccontare l’odore del pane appena fatto o, che so io, il sapore di quella musica che suonava mentre l’hai baciata, dietro l’angolo della scuola. No. Queste sensazioni non si raccontano. Per quello io sono corso da Bachisio, che si stava vestendo per andare anche lui dal gregge ed iniziare la giornata. Sono andato da Bachisio e gli ho detto: “Bachis! Bachis!!! Su diaulu chi t’ha fattu Bachis apri la porta!” Perché Bachisio si stava vestendo e non sapeva che mi ero svegliato con quel sapore di novità in bocca, sennò la porta era già aperta.

Graphic novel Muros
Graphic novel Muros

Un uomo solo, davanti a un muretto a secco incompleto, sistema pietre e racconta.

Da quel gesto antico e quotidiano nasce un viaggio nella memoria: la Sardegna lasciata nel 1964, la fame, il desiderio di cambiare vita, l’arrivo sui monti della Calvana con duecento pecore e l’amico di sempre, Bachisio. Tra italiano e lingua sarda, ironia ruvida e malinconia, il protagonista ricostruisce un mondo fatto di pascoli, odori, silenzi, soprannomi, fatica, amicizie virili, emigrazione e radici impossibili da estirpare.

Il muro diventa presto molto più di un semplice lavoro manuale. È mestiere, identità, memoria familiare. Ogni pietra ha un’anima, ogni incastro richiede occhio, pazienza e ascolto. Costruire un muro significa scegliere, custodire, separare, proteggere. Ma può anche voler dire nascondere.

Attraverso il racconto del protagonista emerge lentamente una vicenda più oscura. Un uomo gli chiede di costruire un muro speciale, “invisibile”, capace di scomparire e far scomparire. Quello che all’inizio sembra un incarico misterioso si trasforma in una soglia morale: tra obbedienza e responsabilità, tra inconsapevolezza e colpa, tra il gesto tecnico di chi sa fare bene il proprio lavoro e la verità che quel lavoro finisce per contenere.

Il Muro, un monologo sulla memoria, sull’appartenenza e sulle zone d’ombra della coscienza, è stato tra i vincitori del premio internazionale “Per Voce Sola”, promosso dalla Fondazione Luzzati – Teatro della Tosse di Genova. È una storia che parte dalla terra, dai sassi e dalla lingua, per arrivare al confine sottile tra ciò che costruiamo per vivere e ciò che costruiamo per non vedere.