Equilibrio instabile

10 TI SCRIVEREI

Ti scriverei due righe,

attorcigliate come i miei pensieri,

e rimboccate come le coperte

del letto vuoto che mi accolto ieri.

Ti scriverei due righe,

per darti il tempo di gustarle piano,

perché di solito al cellulare

parliamo molto e non ascoltiamo.

Ti scriverei due righe,

con carta e penna come ai vecchi tempi,

per non nascondere le sbavature

che ci rivelano i sentimenti.

Ti scriverei due righe,

forse di getto, forse ragionate,

che puoi rileggere per ricercare

le cose dette e quelle non svelate.

Ti scriverei,

se fossi saggio

ti scriverei,

se fossi folle,

e forse se perdessi il capo,

ti scriverei

ti scriverei

senza cercare di evitare il peggio,

perché ho paura di restare al buio,

per non morire, o rimanere sveglio,

o per riempire solo questo foglio…

ti scriverei

Ti scriverei due righe,

ma non scolpendo il testo nella roccia,

così che crescano dentro l’universo

o si concentrino in una sola goccia.

Ti scriverei due righe,

o poco più, senza esagerare,

non voglio darti modo di scegliere

quanto tenere e quanto scartare

Ti scriverei,

se fossi saggio

ti scriverei,

se fossi folle,

e forse se perdessi il capo,

ti scriverei

ti scriverei

senza cercare di evitare il peggio,

perché ho paura di restare al buio,

per non morire, o rimanere sveglio,

o per riempire solo questo foglio…

ti scriverei

Ti scriverei, ti scriverei!

Ti scriverei.

C’è una lettera che non viene scritta. E, proprio per questo, pesa di più.

Ti scriverei vive tutto dentro un condizionale: non racconta un gesto compiuto, ma il desiderio di compierlo. È dolore allo stato puro. Quello trattenuto, quello non espresso.

Due righe soltanto, forse poche, forse decisive. Parole da affidare alla carta, come si faceva un tempo, quando anche le sbavature dell’inchiostro potevano rivelare un sentimento meglio di molte frasi dette in fretta.

Ma quella lettera resta sospesa.

Scrivere significherebbe esporsi, lasciare una traccia, consegnare all’altro qualcosa che non si può più ritirare. Significherebbe dare forma alla mancanza, al letto vuoto, ai pensieri attorcigliati, alla paura del buio. E forse proprio per questo il gesto rimane immaginato, invocato, rimandato.

Nel solco più intimo della canzone d’autore, il brano racconta il momento fragile che precede una confessione: quando le parole sono già tutte lì, pronte a uscire, ma la mano non si decide ancora a scriverle.

Perché a volte non è il silenzio a dire meno. A volte è una lettera mai spedita a contenere tutto quello che non abbiamo avuto il coraggio di dire.

riduci
riduci