Equilibrio instabile
12 SCIOGLILINGUA
Sotto la panca la capra campa
Mentre nel mondo la gente arranca
Non riesce a metter su pranzo e cena
Benché si spacchi il cuore e la schiena
Ma tu sei furbo come una volpe
Eviti i dubbi, scansi le colpe
Son sempre gli altri quelli sbagliati
I responsabili dei tuoi peccati
Sopra la panca la capra crepa
Ma la sua vita guai se si spreca!
Mentre la vita non conta niente
Se non sei nato nell’Occidente
Tu vuoi impastare quel sangue stanco
Con le sue ossa, con il cemento
Per dare lustro ai tuoi nuovi imperi
Con schiere lucide di grattacieli
E gira e va sempre più veloce
Questa vecchia palla che chiamiamo mondo
E gira e va e non trova pace,
per puntare al cielo sta toccando il fondo
Sotto la panca la capra bela
Segno che ancora qualcuno anela
Ad un destino un po’ meno gramo
E a liberarsi da tutto il guano
E tu, bastardo, gli sputi addosso
Vomiti insulti, gli tiri un sasso
Ma poi ritiri, lesto, la mano
Con il coraggio del sagrestano
Sopra la panca la capra salta
Ed il ministro vende ed appalta
Ogni sua briciola di coscienza
E non si accorge di esserne senza
Siamo cavalli sopra una giostra
Ognuno il culo ad un muso mostra
Tutto impettito di essere primo
Ma annusa il culo del suo vicino
E gira e va sempre più veloce
Questa vecchia palla che chiamiamo mondo
E gira e va e non trova pace,
Sta scavando un pozzo sempre più profondo
Gli scioglilingua servono a educare la bocca.
La costringono a correre, inciampare, ripetersi, obbedire a un ritmo più forte del senso. Sono giochi innocenti.
Ma a volte basta cambiare appena la luce perché una filastrocca smetta di appartenere all’infanzia e cominci a somigliare al mondo.
Scioglilingua nasce da questa frattura: la lingua corre, quasi ride, mentre intorno la realtà mostra i denti. Le parole giocano con la capra e la panca, ma dietro il meccanismo del gioco affiora qualcosa di più antico e più sporco: la facilità con cui ci abituiamo all’ingiustizia, la destrezza con cui spostiamo la colpa, l’eleganza con cui chiamiamo progresso ciò che spesso è solo sfruttamento messo in verticale.
È una canzone sul linguaggio quando smette di nascondere il mondo e comincia a tradirlo.
Perché certe parole sembrano nate per far sorridere.
Finché non ci accorgiamo che stavano solo insegnandoci a pronunciare l’orrore senza balbettare.


