Equilibrio instabile

09 NON NE POSSO PIÙ

Non ne posso più, non ne posso più, non ne posso più, non ne posso più!

Vedi quante foglie che ha portato il vento?

Credi sia possibile che sia contento

di difendermi da tutte quelle accuse assurde

di aver messo i miei ideali e il mio io da parte?

Ma chi parla non ha idea di chi io sia davvero,

qual è il tarlo che mi angoscia quando sono solo,

e se mento con me stesso o se son sincero,

o se ancora, come un tempo, so spiccare il volo!

Non ne posso più, non ne posso più, non ne posso più, non ne posso più!

Solo perché indosso sempre una cravatta

o perché ora sembra che ce l'abbia fatta

questo cuore non ha smesso mica di pulsare

e pulsando spinge il sangue sino a fare male

Dicono che non rido più come facevo un tempo

che non mi commuovo più e che reprimo il pianto

che un eccesso di cervello mi tiene lontano

dai caldi sentimenti del genere umano!

Non ne posso più, non ne posso più, non ne posso più, non ne posso più!

Ho già visto queste albe e questi tramonti,

gente genuflessa fra baroni, papi e santi

rinnegare tutto e tutti per un po' di gloria

sgomitando per trovare un posto nella Storia.

Io, per quanto può valere, ho sempre combattuto

per dar voce a chi una voce non ha mai avuto

ed avere, da egoista, quando sarò vecchio,

il coraggio di guardarmi ancora nello specchio!

Non ne posso più, non ne posso più, non ne posso più,

non ne posso più!

Se porti una cravatta, hai tradito la strada. Se ce l’hai fatta, hai dimenticato da dove vieni. Se non piangi in pubblico, non senti più niente. Se ragioni troppo, allora hai smesso di amare.

È curioso quanto gli altri sappiano essere precisi nel raccontarti chi sei, soprattutto quando non hanno la minima idea di cosa ti tenga sveglio la notte.

Non ne posso più è lo sfogo lucido di chi non accetta di essere processato per ciò che sembra. È il canto stanco e rabbioso di chi deve dimostrare ancora, e ancora, che sotto la forma resta il fuoco, sotto il controllo resta il sangue, sotto la disciplina restano le cicatrici di antiche ferite.

Non è una resa.

È il momento in cui la misura si rompe, la pazienza finisce e l’uomo che sembrava addomesticato ricorda a tutti, forse prima di tutto a sé stesso, di non avere ancora smesso di combattere.

Fosse anche solo per potersi guardare allo specchio.

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