Equilibrio instabile
05 L’ECO
È nebbia che nasconde il futuro,
non un solido muro, solo un tremulo velo.
È nebbia, e flette i raggi del sole
e distorce, non cela, per confondere appena.
No ti intendo! (4 volte)
Vorrei quella fede che ottunde,
che minaccia l’abisso e deterge coscienze
Vorrei quel di più che nasconde,
come drappo pesante, ogni dubbio insistente.
No ti intendo! (4 volte)
È sabbia, persa da una clessidra,
ogni giorno segnato dal bruciare del cuore.
È sabbia, messa negli ingranaggi,
la domanda che pongo al mio doppio pensante.
No ti intendo! (4 volte)
Saprei cosa mi offre il domani,
se trovassi il coraggio di parlarmi sincero
saprei affrontare il momento,
apprezzandolo appieno, senza troppi pensieri
No ti intendo! (4 volte)
È l’eco che rimbalza lontana
fra pareti di pietra, ma non riesco a sentire.
È l’eco di una terra che chiama
il suo figlio perduto che è dovuto partire
No ti intendo! (4 volte)
Forse il tempo non è una linea.
Forse passato, presente e futuro non si susseguono davvero, ma convivono in una stessa materia segreta, separati soltanto da una nebbia sottile. Non un muro, non una frattura definitiva: un velo mobile, capace a tratti di lasciar filtrare bagliori, richiami, presagi.
L’eco si muove dentro questa soglia incerta.
È il tentativo di ascoltare ciò che rimbalza da un punto all’altro del tempo: una voce già accaduta, una possibilità non ancora compiuta, una parte di sé rimasta indietro o forse già oltre.
Ma per sentire davvero non basta capire.
Bisogna smettere di chiedere al pensiero di chiudere ogni varco. Rinunciare alla consolazione delle certezze facili, attraversare il dubbio senza anestetizzarlo, lasciarsi ferire dalla domanda finché la domanda diventa passaggio.
Solo allora la nebbia può flettersi. E ciò che sembrava lontano, perduto o incomprensibile, torna a chiamare. Come un padre che vorrebbe riavere vicino a sé un figlio che è dovuto partire.
Come un’eco.


