Equilibrio instabile
06 IL V VIAGGIO DI AMERIGO VESPUCCI
Ineguagliabile pensiero
sostiene appena il tuo peso,
fatto di carta il veliero
che ti riporterà a casa.
Dimmi che cos’hai incontrato
nel tuo perenne vagare?
Solo il tuo orgoglio infangato
che ti ha costretto a partire.
E allora spiegami, perché ripeti lo stesso canto?
Tu non ti stanchi mai di navigare in tondo?
Corri di spalle, sfuggendo quel sogno ormai infranto,
e come un gambero vai, fino a toccare il fondo!
È solo un asino da soma
la tua coscienza ferita,
la randa tesa dal boma
a malapena sta ritta.
Ma qual è stata la ragione
che ti ha portato a fuggire?
Ed a imbracciare il timone
come se fosse un fucile
Ancora spiegami, perché ripeti lo stesso canto?
Tu non ti stanchi mai di navigare in tondo?
Corri di spalle, sfuggendo quel sogno ormai infranto,
e come un gambero vai, fino a toccare il fondo!
Di tutto questo girare, viaggiare, sognare non hai tenuto niente, no, neanche un sospiro!
Forse è per questo che è amaro ogni nuovo racconto che fai, e quel tuo sguardo duro!
E allora spiegami, perché ripeti lo stesso canto?
Tu non ti stanchi mai di navigare in tondo?
Corri di spalle, sfuggendo quel sogno ormai infranto,
e come un gambero vai, fino a toccare il fondo!
Resta impigliata fra le reti
l’aria rubata ai polmoni
così risuonano muti
anche i tuoi ultimi suoni.
A volte basta proprio poco
per lasciar traccia nella Storia,
ma tu è sfidando l’ignoto
che vuoi coprirti di gloria
E allora spiegami, perché ripeti lo stesso canto?
Tu non ti stanchi mai di navigare in tondo?
Corri di spalle, sfuggendo quel sogno ormai infranto,
e come un gambero vai, fino a toccare il fondo!
Il quinto viaggio di Amerigo Vespucci non è mai avvenuto. Forse è proprio per questo che può raccontare più degli altri.
Non appartiene alle cronache, né alle rotte tracciate sulle mappe. È un viaggio immaginato, interiore, forse l’ultimo approdo di un uomo ormai alla fine, che nella vita ha attraversato mari veri, servito re, formato navigatori, contribuito a disegnare il volto nuovo del mondo.
E davanti al tempo che resta ogni scelta fatta lascia una domanda senza risposte.
Perché partire? Perché un banchiere, un commerciante, un uomo nato per contare merci e denaro decide di affidarsi all’oceano, al rischio, all’ignoto? Cosa spinge davvero un essere umano a lasciare la riva: il coraggio, l’ambizione, la fuga, l’orgoglio ferito, o il bisogno di dare un nome al proprio destino?
Il V viaggio di Amerigo Vespucci immagina la rotta che nessun atlante poteva registrare: quella che conduce dentro la coscienza di chi ha cercato il mondo e, alla fine, è costretto a interrogare sé stesso.
Nel solco della grande tradizione cantautorale italiana, il brano trasforma Vespucci in una figura viva e inquieta: non solo il navigatore che diede il nome all’America, ma l’uomo che continua a chiedersi quale prezzo abbia avuto la sua impresa.
Perché a volte il viaggio più grande non è quello che scopre nuove terre, ma quello che obbliga a guardare, senza più mappe, dentro la propria storia.


